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FINANZA

Le banche sono
al tappeto ma i banchieri sono ricchi

di Fabio Pavesi

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È stata come una gigantesca caccia all'oro. Ma come tutte le avventure epiche ha visto ben pochi protagonisti tornarsene a casa con le mani piene: per gli altri solo un pugno di mosche. Ancor più grave. Il moderno Eldorado – scatenato da un pugno di grandi banchieri – ha finito per mettere a repentaglio la stabilità finanziaria del mondo intero che sta subendo le ripercussioni sul fronte economico della più grave crisi del credito mai vista finora.

Già perché, in estrema sintesi, quel tragico avvitamento delle più grandi banche mondiali su se stesse ha un movente preciso: fare più utili possibili, tali da far felici gli azionisti e ricchi i suoi manager. Ma come tirare verso l'alto (creare valore si diceva) il più possibile la redditività dei grandi colossi finanziari? Semplice. Nella stagione d'oro dei tassi ai minimi storici e dell'abbondante liquidità bastava usare il minor capitale possibile, prendere risorse a debito il più possibile e con queste comprare quante più attività ad alto rendimento si poteva. Non bastava commerciare in azioni o bond governativi: gli utili si facevano con i prodotti sofisticati della finanza strutturata. Cdo, Abs, Credit default swap e qualsiasi invenzione di giovani matematici pagati a peso d'oro dalle grandi banche. Poi quella merce ce la si scambiava in un circuito chiuso tra banche. Ogni scambio segnava un incremento di valore che gonfiava a dismisura gli attivi degli istituti. Insomma una bolla colossale esplosa quando quelle attività non hanno avuto più mercato: nessun mercato, nessun valore e quindi attivi sgonfiati. Ma sul piatto, a fianco della carta straccia, restavano debiti reali da ripagare in moneta sonante. E da qui la raffica di interventi da parte dei Governi per salvare dal crack le banche.

Banche-zombie
Esagerazioni? Affatto. Basta il caso Lehman a dare il segno tangibile dell'ubriacatura collettiva. Il Tribunale americano che segue il fallimento ha finalmente dato un valore agli attivi in bonis. La cifra? Solo 115 miliardi su oltre 600 dichiarati dalla banca fino a cinque giorni prima del fallimento. Il che vuol dire che l'80% delle attività di Lehman era fittizio, aveva cioè solo un valore figurativo. Se ci sia stato dolo spetterà alla magistratura americana stabilirlo, sta di fatto che i continui salvataggi pubblici mostrano che tutti (o quasi) erano nelle condizioni di Lehman. E allora non devono stupire le dichiarazioni di Nouriel Roubini che ha definito le grandi banche di matrice anglosassone degli "zombie". Morti che camminano, perché tutti tecnicamente falliti senza l'aiuto dei Governi. Con volumi di svalutazioni per l'intero sistema, stimati dallo stesso Roubini, per 3.600 miliardi di dollari a fronte di capitale per 1.400 miliardi, come non parlare di default sistemico?

Alla fine restano gli zombie che dovranno prima o poi separare le attività morte da quelle sane per sopravvivere. Nel frattempo molti degli spericolati protagonisti dell'Eldorado sono ancora lì a capo delle loro banche ormai nazionalizzate. E se non sono più lì, sono a casa pieni di denaro. Charles Prince l'ex ceo di Citigroup, che ha lasciato la banca a fine 2007, ha incamerato in un biennio la bellezza di 44 milioni di dollari. Peccato che l'anno scorso la banca abbia in colpo solo spazzato via i 24 miliardi di dollari di utile netto accumulato tra il 2006 e il 2007. Un esempio di creazione di valore. Per Prince innanzitutto.

fabio.pavesi@ilsole24ore.com

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